Le Poste in tilt, perché non si parla delle vere cause?
In questi giorni il servizio delle Poste Italiane è nel caos. Sui media se ne parla prevalentemente come una notizia di colore, evidenziando, giustamente, i disagi dei clienti. Per spiegarne le origini, i giornali parlano del malfunzionamento di un (!) server; visto che i problemi continuano, si è arrivati a spiegare che c’è stato il “cambio della piattaforma software”. Anche i siti specializzati in informatica che ho consultato sono allineati su questo genere di spiegazione a dir poco approssimativa.
Capisco la semplificazione, ma sono portato ad escludere che si tratti di “un problema ad un server” perché questo genere di servizio deve essere gestito, come minimo, da una batteria di server configurata in modo che, se uno ha problemi, il carico di lavoro si redistribuisce sugli altri, oppure c’è un suo clone pronto a subentrare in maniera pressoché istantanea senza che il servizio subisca conseguenze e dia modo ai tecnici di intervenire sulla macchina in panne.
Piuttosto sono portato a pensare che questo potrebbe essere un altro esempio di come anche i servizi informatici vengano visti dai responsabili dei grandi carrozzoni (pubblici o privatizzati): ”appalti” e non “soluzioni per il miglioramento dei servizi ai cittadini/clienti”. Storico esempio è Italia.it, il portale per il turismo italiano, un sito web da cinquantotto milioni di euro, riportato in auge dalla ministra Brambilla dopo lo scandalo.
In una mia esperienza professionale risalente, informaticamente parlando, a qualche era geologica fa, ho avuto contatti con la multinazionale che allora aveva l’appalto per i servizi informatici delle Poste Italiane. Il mio lavoro consisteva nel cercare di allocare “risorse umane” presso aziende come questa multinazionale. Delle, diciamo così, pubbliche relazioni se ne occupava la Direzione Generale, io avrei dovuto cercare di coniugare operativamente quello che le “pubbliche relazioni” avevano ottenuto. Per esempio: commessa per un anno per 5 analisti, 2 sistemisti, 3 database administrator e 20 programmatori. Di queste risorse:
- 4 o 5 posti sono già prenotati a cura dell’appaltante che deve fare un favore a un personaggio che opera nell’ente committente;
- alcune ce l’ho perché mi rientreranno tra quattro mesi da un’altra commessa, e quindi c’è solo da prendere tempo e nel carrozzone quasi non se ne accorgeranno;
- altre le chiedo in giro ad altre società di consulenza, che quasi certamente, a loro volta, le chiedono ad altre società più piccole che, molto probabilmente le chiedono ad altre società che, non è da escludere, potrebbero chiederle ad altre società;
- altre, infine, si potrebbe fare una società (con un prestanome, indovinate chi?) ed assumere una decina di ragazzotti con contratto a progetto che vengono girati ad una società compiacente “che siamo già d’accordo”, che a sua volta li gira alla ditta appaltante, che li mette a lavorare presso il cliente finale.
Era solo per esempio, eh.
Adesso la multinazionale è un’altra, ma non mi stupirei se la filiera dovesse funzionare ancora più o meno così: grossi appalti di partenza che vengono suddivisi tra più subappaltanti, che a loro volta li suddividono tra più subappaltanti, fino a 4 o 5 passaggi in cui diminuiscono le tariffe in quanto ogni passaggio deve produrre profitto magari a pseudo-organizzazioni che esistono solo sulla carta, senza nemmeno un ufficio, però con la certificazione di qualità ISO 9000_e_spicci. In altri settori produttivi, dove non usano travestirsi rigorosamente con giacca, cravatta e valigetta, questo viene chiamato caporalato. Alla fine il lavoro verrà realizzato su un progetto appena delineato dalla società capo-commessa ed eseguito da un team assolutamente improvvisato, dove, manager a parte, operano precari sicuramente malpagati e spesso sotto ricatto, molto probabilmente senza le adeguate conoscenze perché con le tariffe che arrivano alla fine della catena, c’è poco da fare, non ci si rientra. E come puoi pretendere che funzioni?
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